Emiliani Vittorio

Cinquantottini

Pubblicato il: 18 giugno 2016

Se il 1968, tra la Primavera di Praga, il Maggio francese e il momento più drammatico della rivoluzione culturale cinese, è stato considerato l’anno della contestazione, con tutta la letteratura conseguente, di sicuro molti dei “cinquantottini”, seppur di poco più anziani rispetto i più celebri e controversi “sessantottini”, secondo Vittorio Emiliani si sono meritati in pieno il titolo di riformisti. La prospettiva degli studenti italiani nati tra il ’25 e il ’40, e poi spesso impegnati nelle associazioni universitarie e nell’Unione goliardica, non era quella della rivoluzione e di quelle utopie libertarie che pochi anni dopo furono annichilite dall’estremismo politico e da carriere individuali che presto hanno sconfessato ogni velleità di autentico rinnovamento civile e sociale. La frequentazione degli organismi studenteschi in quegli anni ormai vicini al boom economico (il 1958 per vari motivi – si veda la cronologia in appendice – è assunto come anno simbolo), sempre secondo la lettura che ne ha dato Emiliani, rappresentò un’autentica palestra di vita. In altri termini il libro edito da Marsilio ripercorre le vicende di una generazione caratterizzata da quella che l’autore ha interpretato come una virtuosa sintesi di utopia e realismo, colpita profondamente dagli avvenimenti del 1956 (la rivoluzione ungherese è ricordata come una sorta di spartiacque generazionale: “molti di noi goliardi capiscono che non saranno mai comunisti, che non potranno mai esserlo”); e che poi ha generato una classe dirigente che rappresenta una terza via (“laici, antidogmatici, amarxisti”) rispetto le chiese comunista e democristiana, fatta di persone per lo più in gamba, di politici, nazionali e locali, amministratori, manager, tecnocrati, imprenditori, docenti universitari.

Intendiamoci, il racconto dei “cinquantottini” non è semplicemente la celebrazione acritica di un recente passato, dove avevano voce in capitolo intellettuali di area laico-socialista. Appunto perché il concetto di riformismo è molto scivoloso e – lo vediamo più che mai in questi anni di neoberlusconismo chiacchierone – citato spesso a sproposito, appare opportuno rileggere alcuni passaggi dal libro di Emiliani: “Da questo lungo e fitto inventario di fatti e persone emerge quanto ricca, e anche qualitativa spesso, sia stata – a livello culturale, professionale e politico – la classe dirigente formatasi nelle associazioni studentesche, in primo luogo nell’Ugi, ma anche nelle altre organizzazioni […] E quanto essa abbia alimentato una politica e una progettualità riformatrici, moderne, laicamente problematiche. Quelle di cui si avverte oggi (non lo dico per nostalgia) una valida elaborazione culturale (pp. 213). Uno stile in questo caso un poco involuto – a fronte della chiarezza espositiva che invece caratterizza l’intero saggio – per evidenziare il disastro degli attuali “riformatori”. Un passaggio arricchito da una citazione di Filippo Turati (marzo 1892) che ha più valore oggi rispetto a ieri: “un limbo italico di mezze tinte, di mezze classi, di mezzi partiti, di mezze idee, di mezze persone” (pp. 213). E poi ancora parole esplicite sul riformismo fasullo dei nostri giorni: “L’attuale pragmatismo renziano, che avanza brandendo come uno scalpo l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, si autodefinisce “il cambiamento”, “la modernità” contro “il conservatorismo”, contro il passatismo dei sindacati, della Cgil in particolare. Manca una forza genuinamente, indiscutibilmente di sinistra che ristabilisca, in senso riformista, il rapporto tra modernità e mondo del lavoro […] Quale argomento ha usato Renzi? Ha liquidato lo Statuto come ‘uno strumento degli anni settanta per il quale la sinistra nemmeno votò’, dimenticando che il Partito socialista italiano negli anni sessanta ne fece una vera e propria bandiera” (pp.159-161).

Più volte il vecchio laico socialista Emiliani torna su questo concetto, non senza distinguo rispetto l’evidente involuzione morale dei partiti esplosa soprattutto a partire dagli anni settanta: “A me pare che, in linea generale, i Cinquantottini abbiano contribuito, spesso da protagonisti, a imprimere a Paese una forte spinta alla modernizzazione, ad adeguare le sue leggi ad una realtà mutata o in grande trasformazione. E questo ben prima dell’avvento di Bettino Craxi alla segreteria del Partito socialista e poi al governo” (pp.148). Quello che è successo dopo il congresso al Midas di Roma è storia, e proprio da quel momento alcuni dei “cinquantottini” hanno rivelato un’idea di riformismo che faceva il paio con trasformismo e ambizioni personali senza freni. Un’evoluzione – involuzione che, lo costatiamo giorno per giorno, ha visto il craxismo mutare in berlusconismo e in renzismo, in presenza di una classe politica sempre più ignorante, arrogante e famelica. A riguardo possiamo leggere qualche altro brano tratto dal capitolo “Crisi, diaspora e dannazione”: “resta da spiegare perché l’immagine socialista sia passata in poco più di mezzo secolo dalla santificazione tanto sgradita ai comunisti (“Passa un socialista, passa un uomo onesto”) alla demonizzazione indiscriminata (“Socialisti tutti ladri”). Certo non ha giovato, poco dopo il crollo [nrd: tangentopoli], la repentina migrazione di numerosi socialisti all’area del centrodestra, segnatamente a Forza Italia, persino (Massimo Fini, e qualche altro) ad Alleanza Nazionale” (pp.163). In questo caso sembra evidente un refuso: il “Massimo Fini”, noto giornalista anarcoide e non etichettabile, altri non è che il suo quasi omonimo, quel “Massimo Pini” ex fedelissimo di Bettino Craxi e consigliere di fiducia di Salvatore Ligresti, che lo stesso Fini, quello vero, qualche anno fa ha ricordato in un articolo il cui titolo non lascia spazio ad interpretazioni: “Nessuna pietà per un politico cinico e amorale”.

Al di là dei singoli e discutibilissimi percorsi personali e politici, i cinquantottini che Emiliani ha voluto raccontare, soprattutto al tempo delle loro prime uscite pubbliche, tra goliardia e studi universitari, rappresentano invece “una leva di politici/tecnici che […] manterrà sempre un impegno civile senza fare, spesso, della politica un mestiere” (pp.179).

Edizione esaminata e brevi note

Vittorio Emiliani, (Predappio, 1935) giornalista e scrittore italiano. Ha collaborato giovanissimo a «Comunità», al «Mondo» e all’«Espresso». Dal 1960 redattore e inviato al «Giorno», nel 1974 passa al «Messaggero» che dirigerà dal 1980 al 1987. Editorialista per vari quotidiani, realizza importanti inchieste tv per Raidue. È nel Cda della Rai dal 1998 al 2002. Autore di numerosi libri di denuncia (su enti inutili, beni e mali culturali), di memoria e politica (su Mussolini, il giornalismo, la Rai), collabora al domenicale del «Sole 24 Ore», al «Fatto Quotidiano», all’edizione italiana dell’«Huffington Post», ai quotidiani del Gruppo editoriale L’Espresso.

Vittorio Emiliani, “Cinquantottini. L’Unione goliardica italiana e la nascita di una classe dirigente”, Marsilio (collana Nodi), Venezia 2016, pp. 304.

Luca Menichetti. Lankenauta, giugno 2016